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Do you remember .. Jerry Reynolds ?

SIENA: maggio  2012
FONTE: estratto da "Il più americano degli americani" di Matteo Mandriani
FOTO: Jerry Reynolds e stampa "La Nazione"

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Affermare che Reynolds è stato il più “americano” fra gli americani
della storia della Mens Sana può sembrare apparentemente ridondante me spiega in modo sintetico questo atipico personaggio.
Reynolds arrivò a Siena nel 1997
, a stagione avviata per sostituire Jamie Watson, un  play-guardia che, più per quello che ha fatto vedere in campo, viene ricordato per la singolare abitudine di portare i pantaloncini molto sotto la vita,  a mò di rapper per intenderci.
Nel basket italiano di tre lustri fa, la parola “americano” aveva un significato ben preciso, che andava oltre la semplice connotazione della nazionalità: un extra-terrestre, un giocatore, magari un veterano  NBA, capace da solo di vincere le partite
. Dato che, il numero di “americani” che una squadra poteva tesserare era limitato, la scelta doveva essere molto ponderata, ragionata ..... e la scelta, in quel caso, cadde su Jerry Reynolds.

Reynolds nacque a Brooklyn, New York, nel 1962
, frequentò prima Alexander Hamilton High School e poi la Lousiana State University, mentre nel draft NBA del '85 venne selezionato dai Milwaukee Bucks, scelto per 22° al 1° giro. La sua carriera negli USA, durante la quale rischiò anche di rimanere paralizzato a seguito di un duro scontro con Patrick Ewing, proseguì con i Seattle Super Sonics e con gli Orlando Magic della neo stella Shaquille O'Neal. Nelle otto stagioni in NBA, mise insieme 443 partite giocate in media per circa 20 minuti ciascuna, riempite da grandi giocate e grossolani errori.

Alla soglia dei 34 anni, Reynolds decise di tentare l'avventura europea, firmando per la Polti Cantù.
L'esperienza canturina finì presto e Reynolds fece ritorno negli USA perché, a detta sua, non capiva coach Lombardi e, soprattutto, al Pianella, durante gli allenamenti, faceva troppo freddo. La Mens Sana aveva già avviato una trattativa per portare Reynolds a Siena nel '96, ma poi il giocatore chiese un ingaggio eccessivo e la società non ne fece di niente preferendogli Lucious Davis.
Il 9 novembre del '97, Il Corriere di Siena dette notizia del suo acquisto .
Negli States, Reynolds era conosciuto come “Ice”,
a Siena col tempo venne ribattezzato “il califfo” anche se, appena arrivato ci si riferiva a lui dicendo “quello della pubblicità” dato che la faccia sorridente del cestista americano era presente da un anno sulle TV italiane come testimonial del caffè Polti.
Il più “americano” fra gli americani dicevamo. E sì, il numero 15 della Fontanafredda mostrò da subito “un talento cristallino – come affermò l'allenatore delle Benetton Treviso Zelimir Obradovic
- misto a una vena di follia e a una preoccupante discontinuità di rendimento.” Fu proprio durante una partita casalinga con la corazzata trevigiana che i senesi capirono da dove arrivava la stravaganza di questo newyorkese ma,  del resto, si sa che la mela non cade mai troppo lontana dall'albero.

Era marzo, al Palasclavo una strepitosa Mens Sana spazzò via per 77 a 64 la Benetton
campione d'Italia e la signora Reynolds, con un appariscente abito blu ed un ingombrante cappellone piumato, salutò con chiassose e sguaiate esultanze ognuno dei 16 punti che suo figlio Jerry mise a segno quella sera. La giornata di campionato seguente, il prodotto della  Lousiana State University fornì una prestazione incolore chiusa con 6 punti personali e con la sconfitta della sua Fontanafredda ad opera della Varese di Pozzecco e Meneghin junior.
Questo era Reynolds, un giocatore incostante. Un solista di grande classe
ma incompatibile con quella che possiamo definire “pallacanestro di sistema”.
Quando l'esterno di Brooklyn mise a referto 30 punti, carreer high in Italia
(con la Fontanafredda la media fu di 13,6 ad allacciata di scarpe), i ragazzi di Phil Melillo persero rovinosamente a Milano con l'Olimpia. Ed ancora, a Reggio Emilia Reynolds passò tutti i 40 minuti a litigare con il pallone e con i compagni per poi mettere, allo scadere, la tripla della vittoria.

E fuori dal campo? Nel breve periodo trascorso in terra di Siena, fra i tifosi biancoverdi circolavano  voci fra le più disparate sul conto del califfo, tanto che era difficile scindere quelle vere, o quanto meno attendibili, da quelle totalmente inventate dall'immaginario popolare.
Una di queste, riguardava una aneddoto particolarmente esilarante, avvenuto in realtà dopo l'addio del nostro eroe. Allora, come oggi, la società metteva a disposizione dei propri tesserati automobili e appartamenti. Christopher Corchiani,
un play statunitense che collezionò 26 presenze con Siena nel '98/'99, ereditò proprio dal buon Jerry una vettura caratterizzata da finestrini completamente oscurati. Una sera, tornando da una cena con la famiglia al ristorante, il poro Corchiani imboccò Viale Toselli per fare ritorno nella propria abitazione e rimase spaesato, e molto imbarazzato, quando una truppa di signorine, in piedi sul bordo della carreggiata, lo salutò calorosamente agitando la mano ed urlando in coro un dolcissimo “ ciao Jerry ”, come si può immaginare la moglie del play non la prese affatto bene.

Ma torniamo al parquet e soffermiamoci sul turbolento divorzio fra Reynolds e la Mens Sana
.
In una difficilissima regular season, basti pensare alla Benetton campione
in carica, alla Kinder di Danilovic, alla Teamsystem di Dominique Wilkins e alla Varese dei giovani terribili, i biancoverdi furono protagonisti di una grande stagione piazzandosi al sesto posto ed arrivando ai playoffs con grande entusiasmo. Agli ottavi, la Mens Sana trovò Cantù che espugnò il Palascalvo in gara 1 per 76 a 79 grazie anche ai 17 punti della pecora nera Pilutti.
Reynolds, autore di 11 punti, fu il bersaglio delle critiche di Melillo che gli imputava di tenere troppo palla perdendosi nei suoi personalismi. Il duro rimprovero arrivò dritto e chiaro alle orecchie del nostro Jerry che, manco a dirlo, aveva poco prima espresso apprezzamento per il suo coach, ma semplicemente perché, a differenza di Lombardi la stagione precedente a Cantù, si faceva capire bene parlando la sua lingua.  E' questo il momento esatto in cui il feeling fra l'americano e l'ambiente mensanino, mai troppo intenso a dire il vero, si rompe.
La Fontanafredda vinse la serie con la Polti 2 a 1,
ma, negl'altri due incontri, Reynolds apparve così svogliato da farsi preferire, in più frangenti di partita, la riserva Spangaro.
Ai quarti, Siena trovò quella Fortitudo che in campionato era arrivata seconda solo alla corazzata delle V nere dallo stellare quintetto base Rigadudeau-Danilovic-Schonocchini-Savic-Nesterovic.
In gara 1, ufficialmente Reynolds dovette rinunciare alla trasferta a causa di un brutto mal di schiena ma ufficiosamente trapelò la notizia di una sua romanzesca e misteriosa fuga negli USA all'insaputa dei dirigenti di Viale Sclavo. L'avventura biancoverde del califfo finì in quel momento, quella nella post-season della Fontanafredda poco dopo in quanto Bologna 2 la travolse per tre vittorie a zero.

Questo bizzarro giocatore, in soli cinque mesi di Mens Sana, non è certo rimasto nel cuore dei tifosi senesi ma sicuramente ha fissato il ricordo di sé nella loro memoria in modo indelebile, per quel talento ad intermittenza,
quei movimenti rapidi ed eleganti, quelle scarpe tutte nere che lo facevano sembrare più  un ballerino di tip-tap che un cestista, per quei mille pettegolezzi sulla sua vita fuori dal campo.

E oggi
(maggio 2012) che fine ha fatto Reynolds?
L'ex numero 15 biancoverde è rimasto nell'ambiente della pallacanestro, rivestendo il ruolo di vice e di capo allenatore in college e in squadre di ABA, una delle leghe alternative alla NBA, della Florida.
Nonostante la passata carriera NBA e la presente sulle panchine di un basket di serie B, aldilà dell'Oceano Reynolds è conosciuto soprattutto per aver coniato il termine 24/7 o “twentyfour/seven”.
Questo modo di dire, molto diffuso oggi in America per abbreviare la frase 24 ore al giorno, 7 giorni a settimana, 365 giorni all'anno, fu usato per la prima volta da Reynolds in un' intervista rilasciata a Sport Illustrated negli anni '80 riferendosi all'efficacia del suo tiro in sospensione: in altre parole, sosteneva di essere in grado di fare “sempre” canestro qualora gli avversari gli concedessero lo spazio per il suo jump shot. C'è chi lo ricorda per la mazza di tamburo scagliata verso i tifosi a Pistoia, chi per le notti brave trascorse all'ex discoteca Tendenza, chi per ciò che di strepitoso faceva in campo ma, di sicuro, a Siena nessuno, proprio nessuno, si potrà mai scordare lo strano caso di Jerry Reynolds.


FOTO:
Jerry Reynolds nelle nba-sticker-collection-1988/89
(sotto)
"La Nazione" del nov. 1997

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